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Data: 14/07/2020
Testata Giornalistica: IL MESSAGGERO
    IL MESSAGGERO

Autostrade, spettro fallimento l’allarme degli azionisti esteri. Rischio crac da 19 miliardi centinaia di fornitori in crisi e quasi 20 mila posti in bilico

Titolo giù del 15% dopo il no alla proposta Atlantia. Oggi Cdm per decidere sulla revoca della concessione. Convocato l’ambasciatore italiano a Pechino. Merkel: curiosa di capire l’esito della trattativa


ROMA E' il D-day per Autostrade per l'Italia. Oggi il consiglio dei ministri, salvo sempre possibili colpi di scena visti i 2 anni di attese, annunci e rinvii, dovrebbe mettere la parola fine al caso concessioni. Il condizionale è d'obbligo perché se è vero che lunedì il presidente Giuseppe Conte, in due diverse interviste, ha fatto capire che gli spazi di manovra sono esauriti e, incurante del fatto che Aspi sia una società quotata in Borsa, ha anticipato il verdetto finale, ovvero la revoca, accusando i Benetton di «voler prendere in giro gli italiani», ieri in serata ha derubricato la riunione a semplice informativa.
LE TAPPE Niente revoca dunque? Impossibile dirlo. Peccato però che tra una dichiarazione e l'altra, come sovente accade, Piazza Affari abbia creduto alle parole del premier e punito il titolo Atlantia che, visto lo spettro del possibile fallimento, ha lasciato sul tappeto il 15%, bruciando 1,7 miliardi di capitalizzazione. Una debacle per piccoli e grandi azionisti. Che ha fatto scattare l'allarme rosso anche tra i soci stranieri, cioè il gruppo tedesco Allianz (che ha il 7% con altri partner) e il maxi fondo cinese di Stato Silk Road Fund (5%) che, pur con modalità diverse, hanno chiesto lumi sul futuro. A difendere l'investimento del colosso assicurativo tedesco ci ha pensato addirittura la Cancelliera Angela Merkel che, dopo il vertice con Conte, ha detto di esser «curiosa sull'esito del consiglio dei ministri su Autostrade». Non meno forte la presa di posizione di Pechino che ha chiamato l'ambasciatore italiano Luca Ferrari a rapporto. Senza la concessione autostradale Aspi di fatto non vale praticamente nulla. Anzi. La revoca significa un fallimento da 20 miliardi per il gruppo privato, tra debiti impossibili da ripagare, migliaia di dipendenti senza lavoro e futuri investimenti azzerati. Oltre ai 14 miliardi promessi, con il default andrebbero in fumo 800 procedure di gara per lavori e servizi, il cui valore è di 4,5 miliardi.
La mossa del premier di ieri, applaudita dai 5Stelle, fautori da sempre della linea dura e in pressing da mesi su Palazzo Chigi, è stata di fatto assecondata dal Pd che fino all'ultimo, ovvero anche al cdm di questa mattina, tenterà un'ultima, quasi disperata, mediazione. Proprio il segretario Zingaretti ha chiesto un «assetto societario che veda lo Stato al centro di una nuova compagine azionaria che assicuri l'avvio di una nuova fase». Non ha insistito però su una uscita completa dall'azionariato, come vogliono i grillini, pur «condividendo i rilievi del presidente del consiglio».
Come accennato lo spettro dell'insolvenza che incombe su Autostrade per l'Italia, non fa paura solo agli obbligazionisti e ai 7.300 dipendenti, ma è diventato un caso internazionale. Anche perchè il no del premier alla proposta di Atlantia che non vuole cedere l'intera quota in Aspi, nè concedere la manleva ai dirigenti del Mit impegnati nel controlli sul Morandi, è apparso irrituale. La dichiarazione a mercati aperti, come ha stigmatizzato Mariastella Gelmini di Forza Italia, e visto l'interesse del governo a subentrare nel controllo attraverso Cdp, avrebbe dovuto far scattare la denuncia per aggiotaggio. La Consob invece non si è mossa.
L'ATTESA Atlantia ha convocato per oggi un consiglio di amministrazione straordinario in contemporanea con la riunione del Consiglio dei Ministri. E ha auspicato che Palazzo Chigi prenda «decisioni basate solo ed esclusivamente su aspetti di tipo giuridico, tecnico, sociale ed economico». Sul piatto, per scongiurare il ritiro, ha messo 3,4 miliardi tra investimenti, risarcimenti e riduzione delle tariffe, mentre la capogruppo Atlantia (Edizione, famiglia Benetton, oltre il 30%) è pronta a scendere dall'attuale 88% a meno del 51%, lasciando spazio allo Stato.
Per gli analisti di Kepler Chevreux il «rischio revoca ècomunque sopravvalutato». Questi ultimi ricordano che «la procedura non è ancora iniziata» ed implicherebbe un «lungo processo con un esito incerto ed un grande esborso per l'erario, fino a 25 miliardi» in caso di contenzioso legale. L'operazione dovrebbe poi essere approvata da tutti gli attuali azionisti, che includono gli investitori esteri Allianz e Silk Road, i quali vantano diritti di prelazione sulle quote di Edizione. Insomma, ci sarebbero ancora dei margini di manovra. Anche se in serata è spuntata l'ipotesi di un commissariamento di Autostrade per superare l'impasse e, probabilmente, prendere altro tempo.

Rischio crac da 19 miliardi centinaia di fornitori in crisi e quasi 20 mila posti in bilico

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